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Riccardo De Santis, il Tommy John italiano

di Riccardo Schiroli

Incontriamo Riccardo De Santis allo stadio Dei Pirati di Rimini sabato 18 maggio. E' rilassato, visto che dovrà lanciare da lì a parecchie ore. E solo un po' preoccupato per i nuvoloni neri che coprono il cielo della Romagna. Per stimolarlo, basta una cifra: 1000.

Riccardo De Santis nel bull pen durante il riscaldamento (CB-Oldman)"Eh" sorride "Sono questi traguardi e il fatto che arrivano stranieri più giovani di te, che ti fanno riflettere".
Prego? "Il tempo passa...E poi, mi viene il pensiero che quei 1000 strike out ho rischiato di non farli proprio".
Parliamo dell'infortunio al gomito di Riccardo De Santis: "Ho convissuto con il problema al gomito nella stagione 2007".
Avevi la sensazione che non si potesse curare? "Più che altro, non si capiva cosa fosse. Anche l'equipe del professor Porcellini faceva fatica, visto che in Italia non c'era una casistica".
Puoi ricordare? "Ricordo benissimo: la sensazione di avere il braccio morto, di lanciare senza velocità. E poi pizzicotti, dolorini...soprattutto, la palla che va dove vuole. Penso che Matteo Nava del Modena abbia sofferto problemi tipo i miei qualche anno prima e che non ci sia stata la diagnosi giusta, per lui. Almeno, questa è la mia impressione".
E la gente che dice: De Santis non sa soffrire: "E pensare che io sono uno che ha sempre tutto sotto controllo...quasi tutti spiegavano i miei problemi con qualcosa che avesse a che fare con l'aspetto emotivo, quindi un approccio sbagliato. Io ho provato, sempre con il massimo dell'umiltà, a spiegare che lanciavo a un certo livello da anni. Non essendo a inizio carriera, sentivo che c'era qualcosa che non andava. E purtroppo, avevo ragione".
Rinunciasti alla nazionale: "Ero da parecchie settimane in raduno a Tirrenia e andai da Marco Mazzieri a dirgli che non aveva senso, occupare un posto nella rosa con me. Fui trattato con un po' di sufficienza dai medici, ma in effetti gli esami clinici non rilevavano il problema".
L'anno dopo, le cose precipitarono: "Ma col senno del poi, posso dire che fu una fortuna. Ero in campo a Godo, sentii proprio una rottura".

Riccardo De Santis subì la rottura del legamento collaterale ulnare: "Dopo la rottura, fu più Un primo piano di Riccardo De Santis (CB-Oldman)
facile riconoscere che il braccio era di fatto fuori sede. Il fatto di avere una muscolatura di un certo livello, ha impedito ai medici fino all'ultimo di riconoscere il problema. Il giorno prima dell'operazione, uno specializzando dell'equipe del professor Porcellini disse che non vedeva lassità".
Quindi? "Venne Porcellini in persona, mi bloccò a letto e fece una prova che mi fece quasi piangere dal dolore. Allora decisero di operarmi":
De Santis fu sottoposto all'operazione nota come Di Tommy John dal nome del celebre lanciatore che fu il primo a essere sottoposto all'intervento nel 1974. Il dottor Frank Jobe penso di sostituire il legamento rotto con un tendine, prelevato dallo stesso paziente. Disse che Tommy John aveva una possibilità su 100 di tornare a lanciare. Si sbagliò, naturalmente, visto che Tommy John finì col collezionare 288 vittorie in carriera. Oggi la percentuale di successo dell'intervento varia dall'85 al 92%.
"Il fatto è che in Italia io sono stato il primo a essere sottoposto all'intervento".
Un privilegio? "Per la verità, è un'esperienza che non auguro a nessuno. Infatti sono molto vicino a Fabio Milano, che sta rientrando in questi giorni dopo la stessa operazione".
Ma tu sei riuscito a tornare ad alti livelli: "Mi corre l'obbligo di ringraziare Marco Mazzieri e Massimo Baldi. Quando inizi la riabilitazione, l'obbiettivo del rientro lo senti veramente lontano e ti devi sottoporre a molta fatica extra. Non essendoci una casistica, Baldi si è dovuto inventare tutta la riabilitazione. Comunque, da solo non ce l'avrei mai fatta".

Riccardo De Santis nel ritratto di Corrado Benedetti per Oldman AgencyFacciamo un passo indietro. Quando hai scoperto il baseball? "Mio nonno Ferdinando era coinvolto nel movimento, assieme a Roberto Rigoli, il padre di David. Nel 1988 iniziai a giocare".
Nel 2001 arrivò per te l'esordio in nazionale? "Mi convocarono, ma tutti pensavano che fosse solo per vedermi, inserirmi nel gruppo. Ma Jim Davenport mi portò prima al World Port Tournament, dove lanciai contro Cuba, e poi all'Europeo".
Davenport credeva in te, tanto che ti affidò la semifinale con la Russia. Che non andò tanto bene: "Personalmente, ho il ricordo di una bella prestazione. Ma certo, la partita andò male. Il loro pitcher rimase in perfect game fino al settimo...".
E subito, si sentirono i lo avevo detto io, che era inesperto. Curioso, da parte di un movimento che in teoria vede come priorità il lancio dei giovani...: "La mentalità dei Davenport era quella giusta. Se i giovani non li fai giocare, è difficile che crescano. Io sono il lanciatore che sono anche grazie al fatto che Lunar mi fece lanciare in situazioni difficili, senza paura di perdere per colpa della mia inesperienza. Ricordo la stagione 1998, quando entravo quasi sempre sotto pressione. Certo, poi quando mi sono trovato a partire, la pressione l'ho sentita meno...Oggi, vista la situazione economica di cui sentiamo tanto parlare, questi rischi vanno presi. Io approvo le scelte di Nettuno di questa stagione, quella di Parma degli ultimi. Forse queste società stanno facendo di necessità virtù, ma penso proprio sia la strada giusta. L'avrebbe dovuta seguire Grosseto lo scorso anno, secondo me".

Il 2001 fu un anno importante per te. Ti mettesti in luce a quel Mondiale di Taiwan. Ma posso ricordartiRiccardo De Santis con Mike Piazza al Classic 2006 (Ezio Ratti-FIBS) quella curva? "Già, una curva mi rimase alta contro Giovanni Valera della Repubblica Dominicana e lui battè un fuoricampo...".
Poi, qualche anno dopo, te lo ritrovasti come compagno di squadra? "Gli dissi che, alla luce dell'esperienza, non gli avrei tirato curva, ma dritto interno. Non ci sarebbe mai arrivato" ride.
Nel 2002 al Mondiale Universitario ci fu la straordinaria vittoria contro la Corea: "Feci un primo inning da 35 lanci e venni salvato da una bellissima giocata di Pantaleoni all'interbase, poi tutto andò bene. Quel Mondiale fu una grande esperienza, andammo vicini a fare qualcosa di grande. Purtroppo, con il procedere del torneo ci eravamo un po' sciolti".

Dal 2002 il livello tecnico del campionato è decisamente cresciuto. Non temi che il ritorno alle 2 partite ci costringa a un passo indietro? "Credo che sia stato un passo necessario. Ma è inevitabile che, a livello internazionale, ne soffriremo".
La soluzione? "Marco Mazzieri ha indicato la via. La nazionale, se si può, va rinforzata con elementi d'esperienza nei ruoli chiave, anche se non giocano in Italia. D'altra parte, è la nostra vetrina".
Le cose non sono sempre andate così bene, tra te e e Mazzieri: "Se ti riferisci a quando non mi convocò per il Mondiale 2011, ti dirò che ancora oggi penso che quella convocazione me la ero meritata. Ma col senno del poi, l'idea di portare Andrea Pizziconi al mio posto dico che ci può stare. Sia chiaro: se succedesse oggi, mi arrabbierei ancora, ma queste delusioni bisogna viverle da uomini. Riconoscendo che Marco Mazzieri fa scelte che lo hanno portato anche a sfidare le critiche, ma le fa prendendosi tutte le responsabilità. Oltretutto, mi pare che i fatti gli stiano dando ragione".

Stai parlando dell'ultimo World Baseball Classic? "Allucinante! Era incredibile riconoscere la consapevolezza che il gruppo aveva dei suoi mezzi. Lo si vedeva anche in TV. Questo succede solo se si ha uno staff tecnico vincente. In questa nazionale, chi entra non si sente star. Ci sono lanciatori di Triplo A o Major League che a fianco di Panerati o Tiago Da Silva non si sentono di un altro pianeta e quindi capiscono che anche in Europa ci possono essere giocatori di livello".
Riccardo De Santis con la maglia del GrossetoE il tuo World Baseball Classic? "Essere scelto nel 2006 fu una grande soddisfazione. Eravamo pochissimi, di scuola italiana. Poi Matt Galante aveva grande fiducia in me, mi aveva utilizzato tantissimo. Fu la ricompensa di tanti sacrifici, quel torneo. Peccato solo per quello slider su Beltre. Ma a ben pensarci, contro Beltre è successo a tanti altri lanciatori...".

Senti, hai lasciato Grosseto dopo la crisi economica. Ora ti sei trovato in una situazione simile a Nettuno...: "Direi che è Sgnaolin che porta male" dice rivolto al seconda base, che sta transitando da quelle parti. "Diciamo che, sotto un certo punto di vista, è stata una fortuna che sia successo a Nettuno. In altre città, non si sarebbe riusciti a fare il campionato".
Parliamo di te e della tua vita fuori dal baseball, che ormai non è più la tua principale attività: "Mi sono laureato in Farmacia e, dopo una esperienza come Farmacista in negozio e Informatore Scientifico, ora sono agente di commercio per conto della Omega Farma, che sponsorizza la squadra di ciclismo di Cavendish. La sezione italiana si chiama Chefaro Farma e io sono sulla zona di Signa, Grosseto e Arezzo".
E' dura? "Beh, faccio 7000 chilometri al mese, più quelli che sono necessari per il baseball".
Da quanto non ti dedichi più a tempo pieno al baseball? "Dal 2008, da quando mi sono infortunato".
E' diverso? "Parecchio. Aumenta l'età, hai meno tempo e devi farti 2 conti, magari diminuendo i carichi e puntando sulla qualità del lavoro. Certo, per me è particolarmente dura anche perchè di fatto sono sempre in trasferta".

Il baseball però non si lascia: "Non si lascia no. Nessuno di noi vuole lasciare questo ambiente".
Pensi di poter insegnare, un giorno? "Mi sento decisamente portato per questo. Di certo, un po' di talento la natura me l'ha dato, ma molto di quello che ho ottenuto deriva dal lavoro che ho fatto. Questo penso di poterlo trasmettere. A patto però di poterlo fare in un progetto serio, tipo quelli di Nettuno, Bologna, Parma...Spero che a Grosseto ci sia presto un progetto di questo genere. Mi spiace molto notare che, a parte Marco Mazzieri e Beppe Massellucci, i grandi giocatori di quando ero bambino non sono coinvolti nel baseball grossetano".
Ma a un ragazzo che arriva al top oggi, cosa consigli: "Tra i 20 e i 30 anni dedicarsi a tempo quasi pieno al baseball ha un senso, soprattutto se si studia. Ci si può permettere di finire l'Università con calma. Ad un certo punto, però, bisogna porsi il problema del futuro".