Giulia Longhi racconta il suo Viaggio della Memoria

Giulia Longhi racconta il suo Viaggio della Memoria
10/02/2024
La capitana azzurra fra i 78 atleti che hanno preso parte alla visita ai luoghi dell’Olocausto voluta dal Ministro per lo Sport e i Giovani per testimoniare l’impegno del sistema sportivo italiano contro il razzismo.

Si è concluso il Viaggio nella Memoria organizzato, nei luoghi tragici dell’Olocausto, dal Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, attraverso la ‘Struttura di missione anniversari nazionali ed eventi sportivi nazionali e internazionali’, in collaborazione con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e la Comunità Ebraica di Roma.

Il Viaggio, realizzato in occasione della ricorrenza dedicata alla commemorazione delle vittime dell’Olocausto, ha offerto un’importante opportunità di raccoglimento e riflessione e ha ribadito, ancora una volta, l’impegno del sistema sportivo italiano contro il razzismo e a favore della diffusione della cultura della Memoria e del rispetto, che dovrà essere testimoniato e condiviso sistematicamente in tutti i luoghi di sport.

Partiti il 4 febbraio dall’aeroporto di Pratica di Mare, 78 atleti olimpici e paralimpici, dirigenti e tecnici delle diverse organizzazioni sportive italiane, hanno visitato i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, il quartiere ebraico di Cracovia e la fabbrica di Schindler.

Fra loro, la capitana di Italia Softball Giulia Longhi, che abbiamo incontrato per farci raccontare le sue sensazioni dopo questa esperienza.

Giulia, come si è strutturato il viaggio?
Siamo stati a Cracovia dal 4 al 6 febbraio con un volo dell’Aeronautica Militare. In città abbiamo visitato il quartiere ebraico e la fabbrica Schindler, oggi trasformata in un museo che racconta non solo gli anni della guerra, ma anche quelli precedenti e successivi. Il giorno dopo siamo andati a visitare il campo di concentramento di Auschwitz e quello di sterminio di Birkenau.

Com’è stata l’esperienza in quei luoghi?
Ci hanno divisi in quattro gruppi, uno dei quali totalmente dedicato agli atleti paralimpici, i quali avevano necessariamente tempistiche diverse per visitare i campi, e abbiamo girato per quei luoghi con la guida che ci raccontava tutto nel dettaglio. È stato particolarmente toccante trovarsi nell’esatto punto in cui smistavano i deportati che scendevano dal treno, sentire le storie di mamme e bambini che non volevano essere separati e venivano spediti nelle camere a gas. Ecco, dentro l’unica camera a gas rimasta ho fatto emotivamente molta fatica ad entrare, ma mi sono detta: “Giulia, devi farcela”.

Se ci ripensi oggi, a qualche giorno dalla visita, che sensazioni rimangono?
Nel giorno della nostra visita faceva molto freddo e c’erano pioggia e vento, un tempo da lupi, ma con il senno di poi ho realizzato che erano le condizioni ideali per vivere appieno un’esperienza di quel tipo. Una cosa che mi è rimasta impressa è il silenzio: più la guida raccontava, più calava il silenzio.
È un’esperienza molto forte e credo che una volta nella vita tutti ci debbano andare.

Qual è stato il rapporto con il resto del gruppo?
La sera ci trovavamo per la cena ed era il principale momento di convivialità. Mi sono trovata molto bene con tutti, c’erano atleti importanti come Filippo Magnini e Luigi Busà (oro nel karate, specialità kumite, a Tokyo 2020) e molti altri, insieme a presidenti e tecnici, di quasi tutte le Federazioni sportive italiane. Mi sono trovata spesso a parlare con atleti paralimpici e mi hanno molto colpito le loro storie.

Ad esempio?
Atleti plurimedagliati a livello europeo e mondiale in specialità quali il tennis tavolo, il nuoto in apnea o danza su carrozzina che mi raccontavano di come tutti loro, dopo l’incidente, hanno sofferto di depressione e sono riusciti ad uscirne grazie allo sport. Quando ti trovi con queste persone capisci la loro forza e capisci quanto semplici fatti come quelli di poter andare a fare una passeggiata possano essere importanti.
Lo sport era quello che ci legava e ho potuto vedere come fosse il mezzo di amore che ha salvato tutte queste persone.

Quali sono le tue impressioni a viaggio terminato?
Prima di partire ingenuamente pensavo: “che legame può esistere tra lo sport e il tema della Memoria?”. Poi, a fine viaggio, ho avuto modo di riflettere. C’è stato un tempo in cui lo sport era visto come mezzo per aumentare la discriminazione, un modo per elevare la razza ariana, mentre oggi è veicolo di valori positivi come inclusione e uguaglianza. Lo sport è un mezzo di comunicazione importante soprattutto per i giovani.

Questa esperienza cosa ha lasciato alla persona Giulia Longhi?
Sicuramente penso che questa esperienza mi abbia arricchito, come persona. Oltre al forte valore simbolico della visita ai luoghi della Memoria, anche sentire le testimonianze degli atleti, in particolare quelli paralimpici, è stata una fonte di ispirazione.

Alla Giulia Longhi capitana della Nazionale italiana di softball invece?
Mi ha dato forza di volontà per continuare a dare sempre qualcosa in più in vista dell’obiettivo. Affronto un giorno dopo l’altro cercando di aggiungere sempre qualcosa per arrivare a luglio al massimo e so che lo fanno anche tutte le mie compagne di squadra. Il primo Mondiale in Italia è un momento storico ed è qualcosa di bello ed importante esserci. Noi dovremo scendere in campo pensando di vincere ogni partita, anche contro corazzate come Stati Uniti e Giappone, perché, se non puntiamo all’oro, non possiamo puntare in alto.

Nicolò Gatti

Nella foto, Giulia Longhi con il Ministro Andrea Abodi