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Michael Moriarty e Robert De Niro nella versione cinematografica di 'Batte il Tamburo Lentamente'

Il baseball nella letteratura

Dopo il gradito suggerimento in merito a 10 film sul baseball tutti da vedere, Michele Dodde ha risposto alla nostra richiesta di consigliarci in merito a letture a tema batti-e-corri, particolarmente utili in questi giorni da trascorrere fra le pareti domestiche.

Michele, come spiega in questo articolo che condividiamo con BaseballOnTheRoad, ha preferito occuparsi di opere meno note ai più, fornendo inviti alla scoperta di autori e personaggi nuovi. Molte delle opere citate sono reperibili in italiano e tutte, comunque, di facile reperibilità in rete.

Buona lettura!

 

Nel 1973 nel licenziare alle stampe il suo geniale capolavoro ‘The Great American Novel, Philip Roth ebbe a scrivere un saggio dal titolo ‘My Baseball Years’ in cui precisava come fosse stato importante per lui, come lettura della sua fanciullezza, aver potuto leggere libri sulla tradizione, le leggende e le diverse personalità del mondo del baseball. Essi avevano soddisfatto del tutto il suo appetito letterario sino ai diciotto anni quando poi fu interessato dal romanzo ‘Lord Jim’ di Joseph Conrad che lo condusse ad ulteriori considerazioni della vita. Coinvolto così tra due mondi, il gioco e la realtà della vita, Philip ha avuto un’arguta vitalità nello scrivere il suo romanzo capolavoro come ricreazione satirica dell’ontologica tradizione del baseball, consapevole che la continua evoluzione della mitologia del gioco antico appaga il gusto ricercato della mente sull’angoscia triste delle introverse caratterizzazioni dell’anima.

Facile allora porsi la domanda se è stata la letteratura ad investire il baseball o se è stato il baseball ad appropriarsi della letteratura per essere sempre vivo e ricercato. Di certo sono molteplici i libri che hanno coinvolto trame di vita e storie di questo poliedrico mondo del baseball che è risultato soprattutto soggetto, poi comprimario, ma di certo soprattutto un felice compagno di viaggio per ognuno di noi, nella piena consapevolezza o meno. Non ci sono qui pretese da saccente critico letterario, dunque, ma solo un ricercato spolvero di saggi che personalmente vengono valutati come una confacente via guidata dal piacere dei contenuti e dei risultati raggiunti.

Il primo libro da sfogliare con religiosità e che poi risulterebbe quello più affascinante perché investe l’abbattimento delle barriere sociali attraverso lo sport, è ‘Our Baseball Club: and How it Won the Championship’ scritto da Noah Brooks ed apparso nel 1884 a cura delle edizioni Dutton and Co. di New York. Questo libro detiene il primato di essere stato il primo romanzo interamente dedicato al baseball ed alle vicissitudini delle partite. Si sviluppa con emotività sul coinvolgimento della municipalità della città di Catalpa nel convincere i membri delle due squadre cittadine, l’una composta prevalentemente da operai, l’altra dagli aristocratici e ricchi rampolli, a formare un unico roster per vincere agonisticamente il campionato dell’Illinois State. E gli eventi della finale contro la squadra rivale di Jonesville diedero poi il destro a Brooks per evidenziare come la vittoria fosse stata molto più importante della distinzione di classe e come sarebbe stato facile abbattere le anacronistiche barriere mentali che sconvolgevano e sconvolgono tutt’ora la società. La prefazione al testo fu scritta da Albert Goodwill Spalding. Ex lanciatore in Major League dal 1871 al 1878 e divenuto poi comproprietario all’epoca dei Chicago White Sox e industriale di articoli sportivi, nel testo Spalding mise bene in evidenza come la vicenda narrata non solo illustrava in modo esaustivo il ‘Gioco Nazionale’ ma che gli eventi stigmatizzati da Brooks erano certamente basati su fatti realmente accaduti ed infine, con rara maestria, riuscì ad aggiungere anche due pagine di attrezzature per il baseball da lui prodotte. In sintesi, due messaggi sublimi tendenti uno a migliorare le tensioni sociali, l’altro ad indicare l’importanza di caldeggiare un distinguo sentimento nazionale univoco.

Con il crescente gradimento del pubblico che incominciava a far lievitare la presenza dei tifosi sulle tribune dei vari diamanti e a far sviluppare gli utili del nascente business, la casa editrice Maynard and Co. di Boston nel 1911 pubblicò l’idea vincente del giornalista Charles Emmet Van Loan nel confezionare ‘The Big League’, un volume contenente nove storie inerenti gare e aneddoti dei giocatori più acclamati in quel periodo. Fu un successo editoriale e qui anche la semantica dei numeri, che coinvolge il diamante, incominciò a fare breccia nella curiosità speculativa. Lo stesso Van Loan, questa volta con i caratteri dell’editore George H. Doran Co., licenziò successivamente, nel 1919, con ‘Score By Innings’ una ulteriore raccolta di 10 storie tutte incentrate sullo svolgimento di alcune particolari gare.

Da allora gli scaffali delle biblioteche hanno incominciato ad ospitare studi, circostanze, elaborati di tecnica, romanzi e molte biografie, alcune autorizzate, altre postume, di quei tanti giocatori che per il loro talento, il loro carattere e le loro vicissitudini della vita personale avevano inciso più di qualche linea nella infinita storia del gioco antico. Altri invece con il loro contenuto hanno minuziosamente spulciato le sorti dei vari club ed in particolare quello degli Yankees divenuti quasi un sillogismo del baseball americano. Interessante allora la selezione, apparsa nel 2001 per conto della Triumph Books, ‘Few and Chosen’ stilata da Whitey Ford, giocatore della franchigia newyorkese per 16 stagioni e soprannominato ‘The Chairman of the Board’ grazie alla sua saggezza, e da Phil Pepe che è stato l’unico giornalista accreditato dal New York Daily News presso gli Yankees dal 1968 al 1981. Ancora il volume ‘Story of the Yankees’ attraverso articoli apparsi sul The New York Times e raccolti da Dave Anderson per conto della casa editrice Black Dog e Leventhal nel 2012. Nello stesso anno per conto della Bloomsbury si cimenterà da par suo lo scrittore Marty Appel che con ‘Pinstripe Empire’ dichiarerà di aver scritto la definitiva storia della più grande squadra di baseball del mondo e forse è vero, visto che la prefazione è firmata dal grande Yogi Berra. Marty Appel poi è l’autore di oltre 20 libri sul baseball tra cui le biografie di Thrman Munson, Joe Di Maggio e lo stesso Yogi Berra.

Tra le biografie più incisive e capillari cito quella redatta nel 2007 dalla scrittrice Judith Testa sul lanciatore Sal Maglie, il ‘Baseball’s Demon Barber’, per conto della Northern Illinois University Press. Figlio di una coppia di emigranti della provincia di Taranto, Sal nacque negli Stati Uniti e anziché imitare i propri compagni di gioco ad emularsi nel gioco del calcio studiò e si integrò nel mondo del baseball con autorevolezza e capacità, divenendo in seguito l’idolo della cittadina di Niagara Falls, dove risiedeva la famiglia, che gli intitolerà lo stadio di baseball cittadino. Judith Testa è partita da lontano nel completare questa biografia di Sal andando a verificare di persona i luoghi e le vicissitudini che indussero il padre Giuseppe e la mamma Maria Immacolata a lasciare San Giorgio Jonico nel 1910 per la nuova frontiera della sua vita: ‘La Merica’, com’erano convinti si chiamasse. Un libro intenso, preciso nei particolari, commovente.

Molto seguiti e letti sono stati poi i testi ispirati dalla coraggiosa vicenda che interessò Jackie Robinson e la problematica razziale. E diversi film sono stati prodotti, tra cui l’eccellente ultimo ‘42’ diretto da Brian Helgeland con interpreti Harrison Ford e Chadwich Boseman sullo schermo nel 2013, a dimostrare come solo attraverso il baseball fosse possibile abbattere il muro razziale in una disciplina sportiva che prima del 1947 viaggiava su binari paralleli: la Major League e la Nero League. Tra i tanti che hanno delineato a più riprese la vicenda, è preciso e scorrevole il testo scritto dal giornalista Scott Simon nel 2002 ‘Jackie Robinson and the Integration of Baseball’ molto ben tradotto in italiano da Marco Bertoli ‘Il mio nome è Jackie Robinson’ ed edito in Italia nel 2011 grazie all’iniziativa della benemerita casa editrice 66th and 2nd che ha scelto anche libri sul baseball come argomento da divulgare. E infatti della stessa casa editrice si va a leggere ‘For Love of The Game’ scritto dal giornalista Michael Shaara e licenziato alla stampa dal figlio Jeff nel 1997 quale sublime messaggio d’amore del genitore verso il baseball. Tradotto con viva partecipazione da Marco Rossari la vicenda in effetti è quella adattata sul grande schermo nel 1999 da Sam Raimi con interprete un Sidd Finch 66thand2ndeccezionale Kevin Costner ben calato nei panni di un lanciatore a fine carriera, teso a realizzare la sua partita perfetta. Un’altra perla che premia questa casa editrice romana è il rispolvero di un libro che ha visto i natali nel 1987: ‘The Curious Case of Sidd Finch’ di George Plimpton sui tipi della Macmillian Publishing Company. In Italia viene pubblicato nel 2012 con la traduzione di M. Martino. Il romanzo in verità fu scritto dall’autore dopo che un suo articolo apparso su Sports Illustrated il primo aprile del 1985 ebbe un incredibile riscontro. Il settimanale infatti lanciò l’articolo come nota in esclusiva inerente la presenza presso lo spring training dei New York Mets di un giovane monaco tibetano che stava lanciando con precisione assoluta una pallina all’inaudita ed inarrivabile velocità di 168 miglia orarie. La redazione fu inondata da lettere e palpitanti chiamate da parte di molti tifosi che volevano sapere di più sul caso e la settimana dopo la rivista, con sorniona scrittura, riportò alla dura realtà i lettori invitandoli a far dovuto riferimento alla data di pubblicazione, ovvero un simpatico pesce d’aprile. Su questo umoristico successo, due anni dopo, George Plimpton ampliò la sua nota redazionale con un racconto stravagante in apparenza, ma rivelatore di vita sia nel baseball sia in America. Il personaggio Finch Sidd, con due “d” in omaggio a Siddhartha, è un giovane inglese aspirante monaco buddista che, dopo aver passato alcuni anni sulle montagne dell’Himalaya, ha acquisito una veste mistica ed intellettuale così come sono i suoi lanci dettati dalla mente e dal cuore. Recita il testo “…con la prima pallina lanciata da Sidd non c’è stato tempo per alcuna reazione: abbiamo sentito solo il tonfo del cuoio che cacciava l’aria fuori dal guanto del ricevitore…” ed è la sintesi di quale minaccia avrebbero causato i suoi lanci (la curva era stata registrata sulle 120 miglia!) al delicato equilibrio della Major League ed al futuro stesso del gioco. Da aggiungere infine a questo panorama della citata casa editrice il libro maestro dello scrittore canadese William Patric Kinsella ‘Shoeless Joe’ scritto nel 1982 e pubblicato con la rinomata traduzione di Marco Rossari nel 2009. Da questo libro è stato sceneggiato l’immortale film ‘Field of Dreams’ ancora una volta interpretato da Kevin Costner e che per intensità visiva supera la qualità del libro stesso.

Ancora interessante per i diversi messaggi è la lettura di una particolare saga. Sono tre libri: ‘Ruth Marini: Dodger Ace’,’Ruth Marini of the Dodgers’ e ‘Ruth Marini: World Series Star’ tutti scritti da Mel Cebulash dal 1983 al 1985, inerenti la personalità  di  Ruth Marini, una incredibile giovane lanciatrice che riesce a diventare la prima donna ad avere la possibilità vincente di giocare in Major League sino a disputare le World Series sul monte di lancio dei Los Angeles Dodgers. È  indubbiamente una storia fine a se stessa, ma sottintende, specialmente se rivolta ai giovani, quanto il baseball possa concedere in opportunità e, di queste, anche una seconda volta.

Poi, nel 1981, è stato Martin Quigley a dare un momento di meditazione con il suo ‘The Original Colored House of David’ stampato da Houghton Mifflin Co. Il libro è uno specchio convesso alla storia di Jackie Robinson poiché l’autore si sofferma a delineare l’emotività di un giovane ragazzo bianco scelto per andare a giocare in una squadra di baseball composta da tutti giocatori di colore. Gli atteggiamenti, le abitudini, sempre esistenti in una nazione che andrebbe tutta psicanalizzata per le sue incongruenze, sono il contorno ad una aperta e meravigliosa storia di maturità da conseguire sempre nei rapporti umani.

Colpisce poi una tenebrosa ricerca di realtà accaduta ‘The Death Row All Stars: a Story of Baseball Corruption  and Murder’ scritta nel 2014 da Howard Kazanijan e Chris Enss per conto della Globe Pequot Press. Il saggio ripercorre la nascita di un carcere di massima sicurezza, costruito nella sperduta città di Rawlins nello Wyoming, dove il baseball nel tempo di un batter di ciglia fu visto come atto di rieducazione e redenzione. O, come meglio detto da Pietro Striano, “grandezza del baseball, sport unico, che per intima accettazione ben si rapporta alla crudeltà dell’uomo a volte accecato dal senso del potere e da quel freddo business sempre pronto a sfruttare gli ultimi” (tratto dal libro “Partita Doppia” ).

Allora, come non ricordare anche la struggente storia narrata da Mark Harris nel 1956 nel libro ‘Bang The Drum Slowly’ e portata poi sul grande schermo con l’omonimo titolo (Batte il tamburo lentamente) dal regista John Hancock nel 1973 con un giovanissimo Robert De Niro al limite della perfezione. Il lanciatore Henry Wiggen scopre che il suo amico Bruce Pearson, mediocre ricevitore, è affetto dall’incurabile linfoma di Hodgkin e, pur di permettergli di giocare, sua unica passione, comunica al proprio manager che seguiterà a lanciare solo e solamente se a ricevere sarà Bruce. Quando anche gli altri componenti della squadra scopriranno il perché di questa decisione, allora tutti si ritroveranno ad essere più uniti per stare più vicino al loro sfortunato compagno. Un messaggio di forte sentimento che, attraverso il baseball, fa meditare su come dirà Wiggen “Non so perché, ma non si può godere la vita quando la morte è lì dietro l’angolo.”

Una particolare postilla meritano due libri catalogati Science Fiction che involontariamente hanno anticipato i tempi odierni. Si tratta di ‘Stay Loose’ scritto nel 1959 da Bud Nye e dato alle stampe da Doubleday and Co. dove si focalizza l’attenzione sulla versatilità del computer che un giorno avrebbe potuto, come in effetti sta facendo, influenzare i risultati delle partite. Si avverte una scandalosa battaglia intellettuale Heart vs Univac che fa ridere e meditare rimandando ad altri tempi la diatriba su chi può vincere tra l’amore per il baseball, che si avverte con il cuore, e la nominalistica freddezza di un baseball che risulta gradito solo alla  tecnologia.  L’altro è ‘The Last Man is Out’ di Marvin Karlins scritto nel 1969 per conto della Prentice Hall, Inc. In realtà Marvin è stato un accademico e saggista ed ha profuso in questa sua testimonianza il suo vasto sapere scientifico immaginando come in un prossimo futuro, ipotizzato da lui nel 21° secolo, un annoiato scienziato, usando in modo appropriato il computer ed altri dispositivi scientifici, potesse ottimizzare in senso assoluto i risultati di una squadra. Nel 1980 lo stesso testo firmato con lo pseudonimo Robert Browne è stato riproposto dalla casa editrice Ballantine Books con il titolo ‘The New Atoms’ Bombshell’.

Ma il baseball è stato anche un delicato e simpatico argomento nelle spy story. Il primo, divertente quanto non mai, è stato ‘A Pennant for the Kremlin’ scritto da Paul Molloy nel 1964 ed edito da Doubleday and Co. L’autore, con effervescente ironia, polverizza i temi dell’allora cosiddetta guerra fredda supponendo che un magnate statunitense, attraverso una continua commedia degli equivoci ed errori, alla sua improvvisa dipartita lasciasse in eredità al governo sovietico la squadra di baseball di cui era proprietario: nientemeno che i Chicago White Sox. Sorge imperativo dunque per la Soviet Union vincere il campionato facendo poi descrivere la cronaca delle partite da un inviato della Pravda che, indottrinato, mischia le fasi della gara con accesa e spassosa propaganda. In parallelo con il film ‘Dottor Stranamore’, il romanzo si snocciola come una sceneggiatura hollywoodiana delineando però alla fine in modo serio la diversità della vita e delle ideologie. Il secondo invece investe la biografia vera del ricevitore Moe Berg, accasato con i White Sox, e la sua doppia vita di agente segreto. Poliglotta e dotato di una vasta cultura che lo farà passare alla storia come ‘The Brainiest Guy in Baseball’, Berg durante una tournee in Giappone con una squadra di baseball a fini promozionali, filmò di nascosto dal balcone dell’hotel dove soggiornava tutte le infrastrutture portuali della città di Tokio. Su questo filmato in seguito fu pianificato il raid di Doolittle del 18 aprile 1942. Scritta da Nicholas Dawidoff nel 2016, la biografia è stata sceneggiata per la realizzazione del film ‘La doppia vita di Moe Berg’ diretto da Ben Lewin e distribuito nelle sale statunitensi nel 2018.

Ma non poteva mancare il gioco del baseball nel settore della giallistica. Avvenne che, durante il periodo dal 1969 al 1987, questa sia entrata in punta di piedi nel mondo del baseball con oltre 15 libri redatti con autentica passione tra i componenti e vicende che hanno interessato squadre della Major League. Il primo del 1969 fu ‘Knave of Eagles’ di Robert Wade per la Random House, Inc. La storia larvatamente sottolinea la rigidità del governo cubano in specie quando fu catturato e detenuto un famoso giocatore di major league di origine cubana ritornato nell’isola clandestinamente per affetti familiari e come poi fu liberato grazie alla sagace opera di un detective privato. Tra questi tomi da me spolverati ve ne sono due che ebbero il beneplacito ad essere inseriti nella collana dei Gialli Mondadori. Con il 1467 della serie vi è ‘Mortal Stakes’ di Robert B. Parker scritto nel 1975 e tradotto in italiano da Gigi Coretti con il titolo ‘Le Regole del Gioco’ nel 1977. Con la copertina classica inventata da Carlo Jacono, le pagine completano la forte personalità del detective Spenser nel risolvere un intricato pasticcio in cui era venuto a trovarsi Marty Rabb, il lanciatore dei Boston Red Sox. L’altro porta il numero 2053 ed è l’opera prima scritta da Richard Dean Rosen con la quale vinse il premio Edgard Allan Poe nel 1984: ‘Strike Three You’re Dead’. Con la copertina di Manuel Prieto e la traduzione di Pietro Ferrari in ‘Che perda il migliore’, tra queste pagine invece è il veterano esterno centro dei Providence Jewels, tale Harvey Blissberg, a scoprire l’assassino di un suo compagno di squadra. A sua volta poi Blissberg diventerà un detective privato e lo si incontrerà in altri romanzi gialli.

A chiudere la parentesi dei libri polizieschi mi piace citare ancora ‘Dead in Center Field’ scritto nel 1983 da Paul Engleman per la Ballantine Books. Qui è l’investigatore privato Mark Renzler, già giocatore di baseball, che viene assunto per proteggere da ricatti una stella del diamante vicino a conquistare il record dei fuoricampo e ‘Five O’Clock Lightning’ redatto nel 1982 da William De Andrea per i tipi della St. Martin’s Press. Quest’ultimo sapientemente imperniato nell’atmosfera cupa delineata dagli insidiosi sospetti generati dall’epoca maccartiana e la vicenda scuote gli investigatori sulle tracce di paranoici estremisti che sembrano essere implicati nelle minacce alla vita di nientemeno che Mickey Mantle. Anche nei gialli italiani però è apparso il baseball grazie alla scelta, come contorno, da parte del bravo Loriano Macchiavelli, anima dell’investigatore Sarti Antonio, grande appassionato di baseball come l’autore stesso.

È evidente che in questa carrellata non ho citato i vari Don DeLillo (Underworld), Bernard Malamud (The Natural), Peter Abrahams (The Fan), John Grisham (Calico Joe), John Fante (1933 Was a Bad Year) poiché essi tutti fanno parte di una oggettiva cultura letteraria, così come volutamente ho tralasciato tutti i saggi editi dalla compagnia ‘Ascesa dei Vinti’ ed il volume ‘Il lanciatore scomparso’ scritto dal nostro pluriscudettato ed olimpionico Beppe Carelli, ritenendo giusto che siano gli appassionati ad andare e ricercarli per il loro piacere.

Se però si vuole seguire un filo di appartenenza, allora bisogna incominciare a leggere ‘Field of Dreams’ per essere coinvolti con giudizio nella favola mistica di un baseball portGRA Philip Rothatore di sogni. Poi andare a capire l’oggettiva importanza del baseball nei cambiamenti della cultura sociale riflettendo su ‘Il mio nome è Jackie Robinson’. Per non discostarsi quindi dalla realtà quotidiana si deve necessariamente assorbire l’emotività de ‘Le regole del Gioco’, poiché i moventi negativi della violenza sono sempre presenti ovunque. E su questa scia proseguire la lettura con ‘The Fan’ per comprendere come il pensiero incontrollato del tifoso possa portare ad estreme conseguenze. Ancora, ma per conoscere i tempi, le problematiche e le difficoltà affrontate dagli emigranti italiani alla ricerca di una fortuna nel promesso nuovo mondo, si deve andare a meditare sulle pagine di ‘1933 Was a Bad Year’. Successivamente ci emozionerà la favola della seconda opportunità che il baseball dona con ‘The Natural’, per comprendere però con la lettura di ‘Calico Joe’ come il gioco possa produrre anche irreversibili drammi umani. Da qui elevarsi alla filosofia del baseball che plasma gli adulti nella personale ricerca della perfezione con ‘For Love of The Game’ il cui titolo italiano ‘La partita perfetta’ non dona il reale sentimento d’amore per il gioco ed infine andare a conoscere il metro incostante della società statunitense con ‘Underworld’ partendo dallo storico fuoricampo di Bobby Thomson, realizzato il 3 ottobre 1951 al Polo Grounds di New York durante la gara tra i Giants ed i Brooklyn Dodgers. E sarà la mitica pallina da baseball che, raccolta da un ragazzo, passerà di mano in mano colorando un gigantesco affresco dell’America. Da ultimo, ma che potrebbe diventare per il lettore il primo di una ulteriore lunga serie, è doveroso immergersi nella continua poesia ironica di Philip Roth che attraverso il suo ‘The Great American Novel’ (‘Il Grande Romanzo Americano’) narra la storia americana con sarcastici aneddoti inerenti la squadra dei Mundys di Port Ruppert, inserita nella fantomatica Patriot League.

Ed è la dimostrazione che sempre e comunque il baseball, se pure dal campo di gioco diventa lettura, in definitiva resta continuamente un gioco.

Michele Dodde

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