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E' ora di spegnere la luce: il World Baseball Classic è proprio finito

Di Riccardo Schiroli

Classico scenario "on the road" degli Stati Uniti d'AmericaIl Classic è proprio finito.
Guardo il doganiere tedesco che mi chiede se quel computer lo avevo già quando sono partito dall'Italia o se l'ho comprato negli Stati Uniti. E sorrido, perchè io e quel computer siamo stati una cosa sola per un mese. Per mostrarglielo, mi cade la copia di "Moby Dick" che mi ha aiutato a passare il tempo negli aeroporti. E a proposito, non sono ancora riuscito a scoprire se la catena "Starbucks Coffee" ha preso il nome da quella frase: "E' una caffettiera, signor Starbuck". Ho anche scritto all'azienda, ma non mi hanno ancora risposto.
Il computer si vede che è vissuto, posso andare verso il mio ultimo imbarco. Lo dico, al doganiere: io mi porto sempre il computer, perchè sono uno sportswriter.
"Se scrivere di sport può insegnare qualcosa (e scrivendo di sport si ha a che fare con molte verità, oltre che con parecchie menzogne) è che se si vuole che la vita abbia qualche valore, bisogna essere preparati ad affrontare, presto o tardi, l'evenienza del rimpianto più terribile ed amaro...Scrivere, in fondo, è una cosa più complessa ed enigmatica di quelle che di solito mettiamo in rapporto con lo sport...L'anticipazione è il dolce dolore di chi sa cosa verrà dopo: è un imperativo per ogni vero scrittore... E scrivere di sport garantisce il metodo più facile per placare la sofferenza dell'anticipazione, una sofferenza che dura tutta la vita e senza la quale riesce a vivere soltanto chi fa il maestro di zen o è in coma profondo..."
Queste parole non sono mie. Le ha scritte Richard Ford in un libro che si intitola appunto "Sportswriter", romanzo del 1986 che è una di quelle cose che ogni tanto riprendo in mano e rileggo. E l'ho appena fatto e le pagine sono ingiallite. E allora ho pensato di fargli un omaggio. A "Sportswriter", a Richard Ford e alla persona che ero io quando ho letto il libro per la prima volta e non mi immaginavo certo che un giorno avrei fatto l'inviato al World Baseball Classic.

Cosa mi voglio portare a casa del Classic? Oltre alla bianchezza della balena che Melville descrive in "Moby Dick" e a tante foto, intendo.
Voglio riportare indietro quella cosa splendida che è lo Spring Break (le vacanze di Pasqua, in sostanza) per gli studenti americani. Che sciamano a frotte da dove c'è freddo verso la Florida e la California. Dove poi a volte non c'è neanche tanto caldo, specie quest'anno. Ma non c'entra con quello che volevo dire.
A me piace molto lo Spring Break perchè è qualcosa che la mia razionalità definirebbe stupido, e che certamente a 20 anni avrei condannato, ma che vale la pena di fare perchè lo fanno tutti. E poi è senza impegno. E poi a volte bisogna fare anche cose sbagliate, se no cosa siamo venuti al mondo a fare?

Voglio ancora una volta cercare di riflettere (mi succede tutte le volte che torno dagli Stati Uniti e ormai ci sonoL'autore dell'articolo con l'attore Dominic Chianese al "Dodger Stadium" andato 13 volte) se è meglio come sono loro (cioè precisi, organizzati, bravi al punto che a volte perdono di vista il buonsenso) o siamo meglio noi (che arriviamo sempre all'ultimo momento e poi ne usciamo con delle trovate, che non si può esitare a definire geniali, che ci lasciano ansia ma anni di ricordi di cui parlare).

Noi e loro, gli italiani e gli americani. Poi ci sono gli "italian americans", che non è corretto tradurre con 'italo americani', ma piuttosto con 'americani di stirpe italiana'.
Voglio riportarmi a casa l'emozione che mi ha dato Dominic Chianese quando diceva "La nostra cultura" (e senza dubbio parlava della cultura italiana). E, a proposito di italo americani (qui la definizione ci sta), l'emozione che ho provato a parlare con Reno Bertoia e Rinaldo Ardizoia. Due figli di emigranti (anzi, emigranti loro stessi, visto che sono nati in Italia) che sono arrivati a giocare in Grande Lega tanti anni fa e che sono legati al loro paese d'origine.
In questi anni, lavorando su tante ricerche di certificati e atti di naturalizzazione, ho imparato molto sulla storia dei nostri emigranti.
Se la leggenda dice il vero, in fondo noi discendiamo da un emigrante (per quanto epico: Enea) e tante famiglie hanno radici nel Nuovo Mondo. Essere italiani è anche questo, non scordiamocelo.

E' ora di spegnere la luce.
Non so perchè, ma ho davanti agli occhi la scena finale della serie televisiva "Babylon 5": nell'ultimo episodio un tecnico è l'ultimo ad abbandonare la stazione spaziale, che finirà alla deriva nello spazio perchè ha ultimato il suo compito. E quel tecnico è interpretato dall'autore di quasi tutte le sceneggiature del telefilm: J. Michael Straczynski.
Ora non preoccupatevi: non mi sento "l'autore" del World Baseball Classic dell'Italia. Ma confesserò di sentire questa esperienza molto 'mia'.
Certo, non sarò io a spegnere le luci di una manifestazione che andrà avanti per molto tempo e avrà sempre più successo.

A ben pensarci, nel 2013 chissà se sarò ancora qui a spedire cartoline. Ma quel che è certo, è che tutti i ricordi che ho accumulato in 2 edizioni del torneo mi faranno buona compagnia per il resto della vita.

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