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Quanti pensieri, entrando al 'Dodger Stadium' in un pomeriggio di primavera

Di Riccardo Schiroli

Verso Los Angeles, per l'ultimo atto del Classic 2009Se c'è una cosa che mi sconcerta degli Stati Uniti sono le pubblicità che si trovano lungo le autostrade. Intanto perchè sono enormi e poi perchè pubblicizzano cose che io non avrei mai pensato di vedere pubblicizzate lungo un'autostrada.
Durante l'unico giorno libero del Classic, ho pensato bene di gironzolare per il deserto del Mojave (ovviamente in auto). E mi è balzato all'occhio un cartello che recitava "Riportate Amber a casa". Si parla evidentemente di una persona smarrita, con tanto di indicazione di un sito internet che sono andato naturalmente a visitare.
Naturalmente, non voglio mancare di rispetto al dolore della famiglia che sta cercando questa ragazzina (classe 1994). Non so nemmeno di preciso in che circostanza Amber è scomparsa e quindi non posso addentrarmi più di tanto nell'argomento. Ma mi chiedo: la ricerca di una persona si fa così?
Il sito internet, poi, è micidiale. Perchè informa su dettagli che, per come sono fatto io, tenderei a tenere segreti. Come ad esempio gli orari delle preghiere per Amber.
Come spesso accade da queste parti, il denaro ha la sua bella importanza. Si parla di ricompensa per chi aiuterà a far tornare Amber a casa o chi permetterà di far arrestare chi è responsabile della sua scomparsa.
Ma la cosa sconcertante è ch, cenando da Applebee's (una catena di ristoranti che su questa vicenda ha anche costruito una promozione) si può donare parte dell'importo del conto ad un fondo per Amber.
Non che noi, la patria di Telethon, ci possiamo stupire più di tanto di queste politiche di marketing come conseguenza di azioni apparentemente benefiche e disinteressate, però vi confermo che io ci sono rimasto quasi male.

L'America, sto lanciandomi nel luogo comune più comune quando si parla di Stati Uniti, è la terra delle Jackie Robinson nella foto che lo rese immortalecontraddizioni.
Un po' infastidito dalla storia di Amber, sono arrivato al "Dodger Stadium" e in un attimo ero commosso.
Un collega mi ha infatti fatto notare come il Classic abbia scelto per disputare la finale la sede più logica, visto che la Franchigia dei Dodgers è quella che per prima ha creduto al baseball internazionale.
Questa Franchigia è la prima che ha creduto ad un sacco di cose, per prima. Ad esempio al fatto che i neri potessero giocare assieme ai bianchi.
Con la maglia dei Dodgers (anche se la Franchigia aveva ancora sede a Brooklyn) debuttò in Major League Jackie Robinson, il primo non bianco ad aver giocato in Grande Lega. Un uomo che ha avuto l'onore di fare un sacco di cose per la prima volta. Ad esempio, è stato il primo commentatore tecnico di baseball nero
E scusate se ripeto molte volte la parola "nero". Non scrivo "di colore", perchè è una definizione di una ipocrisia fastidiosa (quasi fastidiosa come la campagna di marketing legata alla scomparsa di Amber).
La statua che immortala l'abbraccio di Pee Wee Reese a Jackie RobinsonPer inciso, scrive John Updike in uno dei suoi ultimi lavori: "Una volta dicevamo 'negro', che almeno è una parola di derivazione antropologica. Oggi chi la usa viene guardato con sospetto, ma io sono convinto che anche chi usa 'nero' tra un po' verrà guardato con sospetto. Anche perchè è un termine fortemente impreciso".

Vista con gli occhi di oggi, la storia di Jackie Robinson ha dell'eroico e dell'epico. Ma allora, non doveva essere per niente facile per lui tapparsi le orecchie per non sentire le tonnellate di insulti che gli riservavano i tifosi delle altre squadre (quando non gli stessi giocatori avversari o addirittura qualche suo compagno di squadra).
Un bel giorno (la data è incerta) accadde che qualcuno esagerò. Ma quello che passò alla storia non fu un cazzotto, una reazione rabbiosa. Fu un abbraccio. Quello che 'Pee Wee' Reese (il capitano dei Dodgers di Brooklyn) diede a Robinson sul campo. Un gesto tanto clamoroso che è immortalato da una statua. Clamoroso proprio per la grazia, l'affetto che esprime. E proprio per l'effetto devastante che ebbe, nella sua semplicità.
E Reese, a chi gli chiese di spiegare cosa intendeva, rispose con una frase di quelle che di solito vengono fuori ai Presidenti degli Stati Uniti: "Si può odiare un uomo. Si può farlo per tanti motivi. Ma il colore della sua pelle non è un motivo valido".

A questo pensavo, entrando al "Dodger Stadium" sabato 21 marzo.

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