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Ultimo giorno a Toronto: la nostalgia si fa strada e il Classic prosegue in climi più miti

Di Riccardo Schiroli

L'inverno non è ancora finito a TorontoPosso confessare una cosa: seguire una manifestazione nella quale non c'è la nostra nazionale è meno faticoso. E' ovvio: si soffre meno, gli orari da rispettare per inserire gli articoli sul sito sono meno rigorosi, c'è più tempo libero. Quindi ci sta che un diavoletto maligno possa qualche volta avermi indotto a pensare che, tutto sommato, rimanere da solo per seguire la fase finale di una manifestazione non era poi tutta questa disgrazia.
Ma giovedì 12 marzo, quando quello che era rimasto della delegazione italiana (i giocatori diretti allo Spring Training avevano salutato il giorno prima) si è avviato verso l'autobus che avrebbe scaricato tutti all'aeroporto, mi sono sentito un mezzo groppo in gola. Ci hanno poi pensato un paio di tecnici a farmi commuovere definitivamente, tornando sui loro passi per salutarmi.

No, non sto tentando di riscrivere il "Libro Cuore". E nemmeno (spero) sto invecchiando. E' che questa avventura davvero sarebbe stato bello se fosse continuata. Perchè non è tanto facile che si crei un'alchimia di squadra del genere che ho potuto verificare di persona.
Per me, in qualche maniera, l'avventura comunque continua. Come capo di abbigliamento pesante ho con me solo un giubbotto da dug out con le insegne 'Italia' e questo mi rende piuttosto riconoscibile, quando me ne vado in giro. L'alternativa sarebbe uscire in maglione, ma con il 'blizzard' che fischia da queste parti (oggi la temperatura non è salita sopra lo zero, ma la percezione era tipo -15, grazie al vento) sarebbe estremamente sconsigliabile.
Bene, vi posso dire che ovunque vada mi fermano per chiedere che ruolo ho con la nazionale italiana e per fare i complimenti per come ha giocato la nostra squadra. Non mi era mai successo e, devo dire, sono molto orgoglioso di essere ancora in Canada a ricevere questi complimenti.
Questa sera, ad esempio, sono reduce da una cena in una 'Steak House' (un po' più lussuosa di quel che sembrava dall'esterno, se devo dirla tutta) e mi si è avvicinato un cameriere che ha raccontato di chiamarsi Pasquale. Non parlava Italiano, Pasquale, ma a vedere gli azzurri c'è andato. "E avevo anche il cappello e ho provato a cantare l'Inno". Non parla Italiano, lo confermo, ma le parole erano scritte sul tabellone. Compreso il "Sì!" finale.

Tornando alla partenza del gruppo Italia, sarà stata l'emozione o qualcos'altro, ho lasciato entrambe le chiavi della stanza nella stanza stessa. Così ho provato prima a chiedere ad una donna delle pulizie di aprirmi la stanza (rifiuto sdegnato e comprensibile, ma ci ho provato), poi ho chiamato un energumeno della sicurezza che mi ha aperto la porta, non senza avermi chiesto un documento di identità.
Forse non dovevano lasciarmi solo...

Oggi ho passato qualche ora in giro per Toronto. E' stato un giro istruttivo, innanzi tutto perchè mi ha fatto ricordare come mai non vengo mai a queste latitudini in Inverno.
Quello di freddo è indubbiamente un concetto relativo. Ad esempio, una costante dei primi minuti che passo negli uffici della Federazione a Roma (ovviamente in inverno) è il confronto tra le temperature che ho lasciato in Valle Padana rispetto a quelle, per me tendenzialmente miti, dell'inverno romano. Ma qui in Canada il concetto di freddo diventa assoluto. Non c'è un passante senza copricapo e guanti e quasi tutti si armano anche di appositaUno scorcio di Eton Center protezione per le orecchie. Perchè quando il vento fa sul serio, avere delle protuberanze meno riparate del resto del capo è quanto meno seccante.
Non a caso buona parte della vita di Toronto si svolge al coperto. Oserei dire, nei sotterranei. DOve è stata sviluppata una rete di negozi che si è poi evoluta in un enorme centro commerciale (Eton Center). Si può anche non crederci, ma dopo qualche ora per le vie di Toronto si ha la necessità di andare al caldo. Di sentire il nostro corpo che recupera, a poco a poco, una temperatura più usuale.

Lo avevo già notato nello Stato di Alberta, durante il Mondiale Juniores: il Canada è nella sostanza una versione più tranquilla degli Stati Uniti. Anche l'accento delle persone si fa fatica a distinguerlo da quello americano, sarà per l'omologazione provocata dal fatto che ormai tutti vedono gli stessi programmi televisivi. Toronto conserva però un tocco europeo, reso evidente dal ricchissimo programma di eventi culturali. La popolazione poi è davvero multi etnica, al punto che quasi metà degli abitanti di questa enorme città (2.5 milioni di abitanti, 8.1 se si considera la cosiddetta Greater Toronto Area) è nata fuori dal Canada.
Il nome "Toronto" ha origine incerta, ma stando alle mie sommarie ricerche deriva da una lingua nativa americana. Gli Uroni, infatti, piantavano in una sezione del lago alberi al fine di realizzare trappole per pesci e gli Irochesi hanno ribattezzato la zona "Tkaronto", che significa qualcosa come "Là dove gli alberi escono dall'acqua".

Il World Baseball Classic lascia gli stadi al coperto (Tokyo e Toronto) e l'inverno e si trasferisce nelle più miti Florida e California. Noi ci aggiorniamo da San Diego.

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