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Il Classic dell'Italia è finito, ma certe sensazioni resteranno nella nostra memoria

Di Riccardo Schiroli

L'Italia al Classic 2009 vogliamo ricordarla così (Ratti/Fibs)Ditemi pure che è comodo fare così, ma del World Baseball Classic dell'Italia ho deciso di portarmi a casa la gioia per la vittoria sul Canada.
L'emozione che mi ha dato (e mi continua a dare) ascoltare l'Inno di Mameli con addosso qualcosa di azzurro e una scritta Italia è una sensazione che capisco anche relativamente poco perchè, benchè orgoglioso di essere Italiano, io non sono esattamente quel che si dice un nazionalista. Però è una sensazione inebriante.
La gioia sportiva la capisco benissimo, perchè ho giocato e vinto e perso talmente tante partite di talmente tanti sport da aver provato un po' tutte le sensazioni possibili. La gioia del tifoso la capisco altrettanto bene, anche se per ora ho sempre fallito nel tentativo di 'catturarla'. Nel senso che dopo un trionfo della squadra del cuore ci si sente padroni del mondo, ma lo sport ha il difetto che prima o poi ogni trofeo conquistato viene rimesso in gioco.
Bene, la gioia successiva alla vittoria dell'Italia sul Canada è qualcosa di diverso e completamente nuovo. In Florida prima e a Toronto poi ho avuto l'onore di essere testimone di uno di quei piccoli miracoli che rendono la vita migliore. Ho avuto l'onore di vedere un gruppo formarsi, di capire fino in fondo cosa significa quella brutta (nel senso del suono che deriva dal pronunciarla) parola che è sinergia. Parola brutta, ma concetto meraviglioso e neanche facile da spiegare, tanto che gli economisti ricorrono alla paradossale espressione "Effetto 2+2=5".

Della sera di lunedì 9 marzo voglio essere sicuro di ricordare tutto. A cominciare dal peso immane dello scatolone contenente il materiale da distribuire ai giornalisti canadesi, trascinato stoicamente fino all'ingresso dell'ascensore. Poi ci sono stati gli scambi di cortesie con i rappresentanti del Team Canada, che all'inizio del nono inning mi hanno addirittura augurato "Buona fortuna". Le domande che definirei tendenziose: "Ma questa sarebbe la più grossa vittoria del baseball italiano?". Ho pensato che cercavano di menare rogna, certo che l'ho pensato!
Di quella sera voglio assolutamente ricordarmi la pace interiore che ho provato incrociando il manager della nazionale Marco Mazzieri, perchè certo la sua dedizione a questo progetto merita soddisfazioni di questo genere. E voglio ricordare l'atmosfera che c'era nello spogliatoio degli azzurri. Perchè anche il personale, che con l'Italia ha lavorato solo quei pochi giorni, ha voluto quella vittoria.
Lunedì 9 marzo è arrivato fino al martedì. Con i cacciatori di autografi (costantemente appostati fuori dall'albergo delle squadre) che guardavano i portatori di quei giubbotti azzurri con occhi nuovi e le tante persone di origine italiana che per una volta avevano trovato uno sport diverso dal calcio per cui esultare e sentirsi orgogliosi.

Ma, come ho scritto prima, queste sono gioie difficili da catturare. Nello sport i trofei vinti si rimettono subito in palio e questo torneo non lascia respiro: fatta un'impresa (battere il Canada) sarebbe servito un miracolo (battere il Venezuela). E, puntualmente, il miracolo non è arrivato. La vita reale è così, c'è poco da fare. Certe cose succedono solo nei film con Tom Berenger e Charlie Sheen. Che magari a volte sono profetici (gli Indians, da perenni 'underdogs' del baseball americano, divennero una delle squadre più vincenti degli anni '90), ma sono pur sempre dei film.
Credo che per rendere l'idea del valore del Venezuela un modo comodo (magari brutale) sia fare la somma di La bandiera dell'Italia a Rogers Centerquello che i suoi 9 titolari hanno guadagnato nella loro carriera. Si arriva a qualcosa come 312 milioni di dollari americani, un po' meno di 600 miliardi delle vecchie lire. Facendo 2 conti sommari, si tratta del budget investito dalle varie Federazioni Baseball che si sono succedute dal 1953 ad oggi.

Mi direte che i miracoli, a volte, qualcuno li fa. Ad esempio, l'Olanda.
Cosa devo dire? Non avrei scommesso un centesimo su una vittoria dell'Olanda sulla Repubblica Dominicana (che schierava i suoi bei Tejada, Reyes, Ortiz e compagnia), figuriamoci quanto ritenessi possibile che l'Olanda di partite contro i dominicani ne vincesse 2 in pochi giorni. Non c'è che dire: è stata una grande impresa. E immagino che i miei amici olandesi, questi momenti, cercheranno di portarseli con sè per molto tempo a venire.

Visto che in questa cartolina sono stato un po' malinconico e ho chiuso vagamente invidioso, provo a salutarvi sorridendo.
Quel che c'è dietro ad ogni partita del Classic è basato su una organizzazione incredibile. Tanto articolata, che a volte ci si compiace di quel che si è messo in piedi al punto di voler seguire uno schema, anche se sono a portata di mano soluzioni più facili.
Ad esempio, se si ha necessità di tradurre espressioni dall'Inglese all'Italiano e si convive da giorni con Italiani che parlano Inglese, sembrerebbe ovvio andare a chiedere a questi italiani un aiuto. Almeno, fino a quando per l'aiuto gli Italiani in questione non dovessero iniziare ad emettere regolare fattura. E invece? Invece l'organizzazione fornisce un servizio di traduzione che dà ampie gioie sul sito in Italiano del torneo:

L'Italia può contare su pullman del livello di Mike Piazza (Cos'aveva bevuto chi l'ha scritto? No, è solo che coach in Inglese vuol dire sia 'allenatore' che 'corriera')

Ma consente di arrivare al sublime nel menu delle cene preparate dall'ottimo staff (al quale non do colpe, sia chiaro, oltre a prepararli i piatti non è che deve anche necessariamente tradurne i nomi) della club house nel dopo partita. In questi giorni abbiamo mangiato:

1) Turchia di Canada arrosto (che in effetti è più creativo di un banale 'tacchino canadese arrosto')
2) Trimestre di pollo barbeque (Perchè l'Inglese è vero che è una lingua comoda, ma ogni tanto troppa comodità rende pigri; noi ad esempio diciamo "un quarto " intendendo la misura pari a "una fetta di torta su una torta di quattro fette" e chiamiamo trimestre "un quarto di anno", visto che l'anno è fatto di 12 mesi e il trimestre ne comprende tre).

A volte, magari, più dell'organizzazione maniacale servirebbe del sano, 'old fashioned' buon senso. 

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