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Messico e...sberle, per gli Stati Uniti


Una famiglia di origine messicana posa per una foto ricordo ad AnaheimIn questo modo non vale! Mi ero preparato tutta la sera per l'evento della mia vita sportiva e un banale controllo anti doping (non so cos'altro potrebbero essere i "post game duties"...) me lo fa saltare.
Questa sera potevo finalmente conoscere Roger Clemes, l'idolo degli idoli, l'uomo per il quale sono fin arrivato (quasi...) a tifare per gli Yankees. E invece no, non si e' presentato e ha fatto sapere di non essere disposto a concedere interviste. Anzi, ha confermato l'addio al baseball (il momento per me e' davvero ferale...un po' come quando Gustavo Thoeni ha smesso di sciare o Francesco Moser di correre in bicicletta). Forse, lo ha confermato. Perche' nel comunicato ufficiale del Classic c'e' un sibillino "for now" ("per ora") che non saprei cosa puo' significare.
Comunque, Clemens doveva esserci. Tutti i lanciatori partenti sono venuti in sala stampa. Anche Watanabe del Giappone, al quale nessuno poteva chiedere niente, perche' aveva perso ma lanciando in maniera mostruosa e chiedere "Cosa provi per questa sconfitta" ad un giapponese non e' che sia chiaro cosa puo' provocare. Comunque Clemens doveva esserci, ma non c'era. E' iniziato un correre su e giu' per le scale degli addetti alla sala stampa (che sono talmente tanti, che non so nemmeno il nome di tutti) conclusosi con un dignitoso (ma un po' buffo) comunicato letto dal mio collega di USA baseball.

Che delusione. Quasi pari a quella degli Stati Uniti, che si trovano sgambettati dal Messico per la seconda volta in 2 tornei e sempre con un beffardo 2-1.
La prima volta accadde a Panama nel novembre del 2003 e vi prego di non dire a nessuno di USA baseball che anche quella volta io c'ero, se no mettono una taglia sulla mia testa. Quella volta gli Stati Uniti si giocarono il posto ad Atene e io ho sempre avuto il sospetto che, contemporaneamente, il baseball si sia giocato la presenza ai Giochi di Londra. Ma quella volta c'erano i giovanotti dell'Arizona Fall League, mica questi miti stellari che solo a passargli vicino mi emoziono. Jeter, A Rod, Junior Griffey, Chipper Jones, Clemens...
Allora come adesso, io do parecchie colpe al manager. Anche perche' Buck Martinez ha scoperto adesso che forse era meglio iniziare a preparare il torneo in silenzio, anzichè concentrarsi sui passaggi televisivi.
 
Ancora una volta è stato dimostrato che sono le 'squadre' ad imporsi in questi tornei. E non le 'selezioni'. Perchè a parità di valore tecnico, la differenza la fanno l'attitudine e l'abitudine a giocare partite che contano.
A stelle che costruiscono la loro fortuna su stagioni di 160 e passa partite, nelle quali c'è sempre tempo per rimediare ad una settimana storta, non è facile far capire che qui ci si gioca tutto nel giro di qualche ora. Per riuscirci, serve essere uomini di campo. Come Sadaharu Oh (manager del Giappone), che è un mito, ma anche qualcuno che va in campo tutti i giorni (con gli Yomiuri Giants. Che è immodesto, forse, ma anche umile abbastanza per studiare a fondo il baseball internazionale.

di Riccardo Schiroli

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