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Conosciamo Barry Larkin e Steve Finley

di Riccardo Schiroli

La scena è di quelle che sono comuni a Tirrenia: un istruttore si agita sul cuscino di seconda e continua a urlare: “Bisogna arrivare in tempo sul cuscino”. Un gruppo di ragazzi lo osserva senza commentare. La cosa non comune è che l’istruttore in questione si chiama Barry Larkin. Su un cuscino come quello è passato migliaia di volte, visto che ha giocato (dal 1986 al 2004) più di 2000 partite all’interbase nella National League americana, tutte con la maglia dei Cincinnati Reds. E’ rossa anche la maglia che indossa quando mi avvicino. Sulle spalle porta il suo cognome. Il fratello Stephen (un’esperienza da giocatore a Parma nel 2003) ha il cognome preceduto da un S. ed è come dire che su un campo da baseball il cognome di famiglia identifica un Larkin solo. Barry registra la mia presenza (che si aspettava: si fa solo ripetere 2 volte il mio nome di battesimo) e mi chiede se possiamo parlare mentre camminiamo.

Non ho il fido blocco per appunti, ma so che mi ricorderò tutto che dirà a memoria.
Com’è insegnare? “Una cosa che mi piace molto”.
C’è il rischio che i ragazzi pensino che, non avendo il tuo stesso talento, non potranno prenderti ad Un primo piano di Barry Larkin (CB-Oldman)esempio? “Per la verità, i ragazzi tendono ad ascoltarmi. Non so se pensano al talento, ma di certo sono molto contenti, quando hanno un istruttore che ha avuto un nome a livello di Major League. Ascoltano volentieri”.
Parliamo della tua carriera: dopo il College (Università del Michigan, una borsa di studio per il baseball e una per il football), un solo anno di Minor (1985), subito in Triplo A e poi l’esordio in Major l’anno dopo. Oggi sarebbe possibile? “Oggi accade molto di rado, però non credo dipenda dalle organizzazioni. Dipende dal singolo giocatore. C’è un ragazzo che si chiama Mike Leake e lancia per i Reds. Non ha la palla veloce da 100 miglia all’ora, è un lanciatore di sinker. Ha firmato nell’agosto del 2009 e nell’aprile del 2010 era già in Major”.
Come scout, guardi più al talento naturale e alle prospettive future o a quel che un giocatore vale in quel momento? “Dipende dall’età e dalle caratteristiche del giocatore. Ci sono dei ragazzi di 16 anni qui all’Elite Camp che sono alti 1.90 e pesano 90 chili. Lavorando bene, possiamo pensare che tra 2 o 3 anni abbiano 10 chili in più di muscoli e quindi ci accontentiamo di scoprire il talento e costruire il giocatore. Se ho a che fare con un ragazzo di 20 anni, già formato, allora dovrò cercare di valutarlo per quel che può dare subito”.
Tu hai partecipato alle Olimpiadi (1984) da giocatore, al Classic da coach (Stati Uniti, 2009) e manager (Brasile, 2013) e quindi è certo che conosci il baseball internazionale. Si può dire che ci sia anche una crescita di giocatori, fuori dai paesi che da sempre crescono campioni? “Certamente c’è. Ma è sicuro che dove il baseball non fa parte della cultura popolare, è più difficile reclutare i migliori atleti. Negli Stati Uniti noi cresciamo tutti con il baseball come punto di riferimento, quindi il gioco ci viene istintivo. In Brasile ho notato che lo stesso succede per il calcio. Immagino che qui non sia molto diverso”.
Una cosa che mi impressiona della tua impressionante carriera (3 guanti d’oro, 9 volte silver slugger, 12 volte All Star) è che hai giocato in carriera 3 volte in seconda, qualche volta DH e per il resto sempre interbase. Ma come si fa a giocare interbase, avvicinandosi ai 40 anni? “Arriva sempre il momento per un atleta in cui è necessario fare aggiustamenti. Ti rendi conto che le tue qualità atletiche non sono più così speciali e compensi in altro modo. Con la posizione, osservando la selezione dei lanci del catcher, studiando i battitori”.
Più difficile, sul terreno artificiale del vecchio stadio di Cincinnati: “Per me era il campo di casa, quindi lo conoscevo bene. Aveva i suoi vantaggi, con rimbalzi molto regolari. Certo, erano rimbalzi più alti e non si poteva caricare la palla come si fa sull’erba. La vera difficoltà era passare dal terreno artificiale di Cincinnati all’erba alta 4 dita di Wrigley Field a Chicago…”.
Nel 1988 hai subito solo 24 strike out in 588 turni. Non è umano…: “Anche in battuta è lo stesso. All’inizio della mia carriera, facevo una grande selezione e cercavo solo determinati lanci, i miei lanci. Più avanti, ero meno sicuro di poter portare il conto sui 2 strike e cercavo di approfittare prima nel conto di eventuali errori del pitcher”.
Hai lavorato anche come dirigente ai Nationals. Nel prossimo futuro ti vedi più sul campo o dietro la scrivania? “Finché le energie me lo consentiranno, andrò in campo”.

Larkin mi presenta uno dei suoi colleghi nello staff tecnico dell’Elite Camp di Tirrenia: Steve Finley. E’ un altro uomo da oltre 2500 partite in Grande Lega e oltre 2000 valide, anche se al contrario di Larkin non ha fatto tutto con la stessa organizzazione. Finley ha giocato per Orioles, Astros, Padres, Diamondbacks, Blue Jays, Dodgers, Angels, Giants e Rockies. I segni del tempo che passa (Finley è nato nel 1965) affiorano anche per chi è stato definito the fittest man in baseball (l’uomo più in forma del baseball).
Steve Finley (CB-Oldman)Sei per la prima volta in Italia a insegnare baseball? “Sono per la prima volta in Italia in assoluto. Infatti ho in programma di vedere qualche posto qui vicino, tipo Pisa o Firenze, che per me sono città leggendarie”.
L’Italia l’hai già conosciuta al Mondiale 1986…: “Il Mondiale in Olanda con gli Stati Uniti. Ricordo che ho fatto un paio di fuoricampo contro una squadra europea, ma non ricordo se era l’Italia”.
Difficile: contro l’Italia gli Stati Uniti (allenati da Bob Bennet, manager dei Bulldogs della Fresno State University) hanno perso: 5-3, il 25 luglio: “Quella partita non la ricordo…”. Barry Larkin sogghigna, Finley mi guarda con occhi interrogativi. In quel Mondiale (che per la verità, si chiamava ancora Amateur World Series) gli Stati Uniti arrivarono quarti, dietro Cuba, Corea e Taiwan e davanti a Giappone e Italia, quinte con lo stesso record.
Altri tempi: allora Finley giocava per la Southern Illinois University. Ora insegna baseball ai prospetti europei: “Mi è sempre piaciuto insegnare baseball, specie la battuta. Tenevo dei Camp anche quando giocavo”.
Ma si può insegnare a rimanere competitivi per 160 partite all’anno? “Non lo so. Ma si può cercare di far capire che la forza mentale è la caratteristica principale di un giocatore professionista. Senza quella, anche il miglior atleta è destinato a fallire”.
Entrambi avete vinto il guanto d’oro, cioè siete stati considerati i migliori nel vostro ruolo. Ci si sente arrivati, quando succede: “Impossibile” mormora Barry Larkin. Aggiunge Steve Finley: “Se giochi in Major League, non puoi mai sentirti arrivato. Quando succede, c’è subito uno dietro di te pronto a prendere il tuo posto”.
Immagino anche che dopo che vengono assegnati i guanti, ci sia qualcuno che contesti le decisioni: “Ma no, il sistema è consolidato. Votano i manager e i coach” Per la verità, ormai da diversi anni, un quarto dei voti viene assegnato in modo univoco tramite le valutazioni statistiche SABR. Finley comunque conferma: “Nessuno contesta mai”.
Cosa puoi dire, per far cambiare idea alle persone che trovano il baseball noioso? “Posso portare l’esempio del mio approccio al calcio. Ho scoperto questo sport a 30 anni e all’inizio lo trovavo ostico. Poi ho approfondito la conoscenza, ho iniziato a osservare i movimenti in campo, ho visto che nulla accade per caso. Credo che anche chi trova il baseball noioso dovrebbe provare ad approfondire, a cogliere il dialogo tra catcher e lanciatore o la comunicazione tra gli interni e gli esterni. Io oggi mi dico che mi sarebbe piaciuto scoprire il calcio da bambino. Lo avrei praticato sicuramente, a margine del baseball”.

Avendo a disposizione 2 giocatori che hanno vinto le World Series, è doveroso chiudere la chiacchierata parlando di quel grande traguardo raggiunto.
Barry Larkin ha vinto le World Series nel 1990 con i Reds di Cincinnati: “E’ stata una stagione irripetibile. Eravamo una squadra giovane (Larkin è nato nel 1964), nessuno di noi aveva 30 anni. Eppure siamo stati in testa dal primo all’ultimo giorno. Non so quante volte sia successo nella storia della Major League” Nella National League, è stata l’unica volta. Prosegue Larkin: “Ricordo ancora la situazione di 2 out al nono attacco degli A’S di gara 4: quando ho visto una palla battuta in aria, solo allora ho La copertina che "Sports Illustrated" dedicò alle World Series 2001. Finley è sulla destra, con il numero 12pensato che avevamo vinto. Dopo di quello, mi ricordo solo che abbiamo festeggiato”.
Steve Finley aggiunge: “Quando finisce, è una sensazione incredibile. Io ricordo certamente che ho corso dal campo esterno a casa base, ma sinceramente non ricordo di aver toccato terra. Il giorno dopo ho visto sul giornale una foto mia. C’era un mio compagno che mi portava in campo e aveva la mia testa tra il braccio e il corpo. Quell’episodio, davvero l’avevo rimosso”.
Era il 2001 e i tuoi Diamondbacks avevano battuto gli Yankees: “Io con gli Yankees avevo perso le World Series nel 1998. Siamo arrivati a gara 7 con loro in vantaggio 2-1 al nono e Rivera sul monte…”. Avrete pensato che era finita: “Noi no, ma molto del pubblico sicuramente sì. So che Larry Bowa se n’era andato per evitare il traffico e che è rimasto bloccato nel parcheggio…”.
Si è perso la rimonta: il doppio di Womack, il singolo di Luis Gonzalez…: “Contro la squadra che aveva vinto per 3 anni consecutivi e con il miglior closer di tutti i tempi sul monte…”.
Steve Finley continua a sorridere. Penso che non colga che gli sto raccontando che la mattina seguente, dopo poche ore di sonno, quelle immagini di esultanza mi hanno accompagnato all’aeroporto. Ero in partenza per Taiwan, dove si giocava il Mondiale IBAF. Il baseball internazionale stava iniziando l’era dei professionisti in campo con le loro nazionali.

Nella foto di copertina (di Corrado Benedetti-Oldman): Barry Larkin e Steve Finley seguono una partita durante il Camp