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Ricordi d'estate: il World Children Baseball Fair

Tante bandiere, una comunità e la passione che supera ogni confine. In questa frase sin troppo concisa è racchiuso il significato del World Children Baseball Fair, manifestazione giunta alla 27esima edizione, dedicata a ragazzi e ragazze tra 10 e 11 anni, che dal giorno 8 agosto al 16 agosto 2017 si è svolta a Yokohama (Giappone).

Fra le 11 nazioni partecipanti quest’anno, l’Italia si è presentata con un gruppo vario ed entusiasta, formato da Andrea Brigandì (Sicilia), Carolina Coden (Veneto), Federica Giacomoni (Trentino Alto-Adige), Alessandro Moriconi (Marche), Gabriele Schiavone (Puglia), e da Davide Sartini, accompagnatore del gruppo tricolore.

Hanno sorvolato tutto l’Oriente fino ad arrivare nella Terra del Sol Levante, che ha nell’amore per il baseball una delle sue peculiarità principali. Una settimana caratterizzata da tanti momenti di gioia grazie al baseball e al suo potere di unire tutti coloro che vi giocano, e situazioni di difficoltà superati alla grande dai nostri portabandiera. Alcuni di loro ci hanno raccontato a freddo, vista dai loro occhi, come hanno vissuto questa esperienza unica.

Non è stata una semplice “vacanza-studio”. Sono state giornate intrise di baseball e softball dal mattino al tardo pomeriggio. Sveglia alle 7 e la colazione si tenevano al dormitorio, poi il trasferimento sul campo.

La mattina era dedicata all'allenamento, tarato per le capacità di ognuno dei partecipanti. “Il camp di baseball che si fa al mattino ha un contenuto tecnico che è tenuto appositamente in versione base, perché tutti possano riuscire nelle varie attività annullando praticamente la possibilità dell’insuccesso” ci ha detto Davide Sartini. In particolar modo le scivolate, uno degli aspetti chiave nella corsa fra le basi e nella ricerca del punto, hanno divertito i ragazzi e in particolar modo le ragazze. “Le scivolate con i teli bagnati ci sono piaciute tanto” hanno detto all’unisono Federica e Carolina.

Scendere in campo ogni giorno nelle prime ore del giorno non è stato per niente banale, visto che non succede spesso di potersi allenare tutti i giorni della settimana nei nostri confini. “Le differenze tra noi e gli altri ragazzi si vedevano, loro erano più abituati a stare in campo di noi, io all’inizio avevo un po’ di tensione, ma poi mi sono trovato benissimo” ci ha confidato Gabriele Schiavone, ma allo stesso tempo la possibilità di vedere in azione altri ragazzi dà nuovi stimoli. Ad esempio Federica Giacomoni ha colto la palla al balzo: “Ho notato che ognuno ha tecniche diverse. Per esempio i giapponesi Ho provato ad imitare i loro movimenti ed è stato divertente”. Per chi non gioca da tanto è stato ancora più importante. “Ho capito, osservando gli altri giocare, che c’è molto da imparare, ma mi impegnerò per migliorare, perché il baseball è diventata la mia passione” ha detto il siciliano Andrea Brigandì.

La lingua, nonostante ci fosse una varietà che il miglior poliglotta invidierebbe (indiano, tedesco, cinese, giapponese, francese e inglese), non è stato un ostacolo insormontabile, come dice Federica e come confermano i suoi compagni di viaggio. C’erano tante persone che non conoscevo e tutte parlavano una lingua diversa. Ma mi sono accorta subito che erano tutti bambini simpatici e amanti del baseball come me; spesso non servivano nemmeno le parole per comunicare e giocare.”

Dopo tre ore sul campo, il gruppo si andava a rifocillare nella mensa adiacente. Non era un ristorante a cinque stelle, il piatto principale era il riso bianco (“bisognava adattarsi” ha rivelato Davide Sartini), ma comunque procurava le energie necessarie per proseguire la giornata. Durante il pomeriggio sono state organizzate tante attività perfette per rilassarsi. Shopping, un giro sul famoso Sky Duck di Yokohama e anche una partita della lega professionistica giapponese fra Yokohama BayStars e Hanshin Tigers. Il comportamento dei ragazzi è stato ineccepibile, come conferma Davide Sartini. “Non ho avuto nessun problema nel gestire questi ragazzi, si sono comportati sempre bene.” Dopo una cena più sostanziosa e varia, che, come la colazione, si svolgeva in dormitorio, i ragazzi dalle diverse origini si riunivano per conoscersi meglio tra giochi, sorrisi e qualche cenno di conversazione.

L’atmosfera serena è uno dei punti di forza del WCBF. Il tempo di socializzare per i ragazzi non è mancato fra pasti, programma pomeridiano e ultime ore nel dormitorio prima del coprifuoco, previsto alle ore 22. Tutti si sono messi in gioco e ciascun partecipante ha colto l’occasione di condividere con entusiasmo queste giornate. “Stare con persone di altre nazionalità è stato entusiasmante, nonostante provenissimo da posti lontani e diversi tra loro eravamo tutti insieme a fare le stesse cose. C'era armonia. Peccato non aver avuto ancora più tempo” ha detto Andrea, rispecchiando in linea di massima le opinioni degli altri nostri portacolori. Gabriele ha espresso un desiderio: “Spero di poter rivederli in futuro.” E in un certo senso è proprio in questa frase che si racchiude il significato del WCBF. Coltivare l’amicizia grazie al baseball e al softball.

Come in ogni esperienza formativa, non sono mancati i momenti di difficoltà, perché le miglia di lontananza da casa si facevano sentire. Ma in un viaggio di quest’importanza non si va senza un accompagnatore consapevole ed esperto e Davide Sartini, allenatore di squadre giovanili da tanto tempo, sapeva benissimo a cosa andava incontro. “I momenti più critici da affrontare sono stati proprio i primi giorni, quando a fine giornata, una volta esaurite le attività, i ragazzi realizzavano che erano lontani mille miglia da casa e quindi venivano travolti dalla “nostalgia”.  Ma con qualche telefonata e qualche manovra diversiva si tornava alla normalità.”

In particolare, Gabriele ha vissuto lontano da casa il suo compleanno. Un modo per allontanare gli spettri della nostalgia? Giocare un torneo proprio nel giorno del suo compleanno.

Non va dimenticato che il WCBF di Yokohama, a cui l’Italia non partecipava da tempo, ha riservato un altro privilegio per i giovani atleti: rappresentare la bandiera italiana. Non accade a tutti. Ancor più raramente succede a dei ragazzi giovani come loro. “Un onore” per Gianluca, mentre per le ragazze poter portare la bandiera le ha rese “felici, importanti, realizzate”. In una sola parola: emozionante.

Ma oltre alla bandiera tricolore, Federica, Carolina, Gabriele, Alessandro e Andrea rappresentavano una comunità unica, “non divisa dalle bandiere d’origine”, come ha evidenziato Gabriele, riunite attorno ad un simbolo a forma di una palla con le cuciture. Non c’è una regola principale come il detto ormai usurato “che vinca il migliore”. Il rispetto per gli altri e il legame d’amicizia che va oltre il campo sono i fondamenti da condividere nella piccola comunità del WCBF e costituiscono qualcosa che va oltre le strutture di Yokohama.

Sono i capisaldi di una cultura sportiva che auspichiamo si possa radicare fra le giovane generazioni, perché abbiamo soprattutto bisogno di questo in quest’epoca difficile. Di un’idea di sport non solo come competizione, bensì anche come occasione per fare amicizia, per conoscere e rispettare l’altro, compagno o avversario che sia, e per crescere come giocatore e come persona.

di Kevin Senatore