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Alcuni giorni fa, nell’ambito di un ampio reportage sugli Stati Uniti pubblicato da Il Foglio, Claudio Cerasa, direttore del quotidiano fondato da Giuliano Ferrara, ha scritto un Dalla copertina di Why Baseball Matters di Susan Jacoby (Yale University Press 2018)interessante articolo dal titolo La noia, antidoto per combattere l’epoca della distrazione che riguarda direttamente il mondo del batti-e-corri.

In una sorta di catena di considerazioni, Cerasa prende spunto dalla recensione del libro Why Baseball Matters di Susan Jacoby (marzo 2018, Yale University Press)  scritta sul Washington Post da Samantha Power, ex-ambasciatrice USA alle Nazioni Unite. Mi unisco immeritatamente alla sequenza per segnalare quanto l’argomento sia attuale e interessante.

Da molto tempo illustri teorie pedagogiche segnalano come sia importante, fin dalla tenera età, conservare momenti d’inattività, di noia perché è proprio in queste occasioni che la nostra creatività è stimolata e grandi idee nascono quando il ‘rumore’ delle sollecitazioni esterne è più basso. Secondo la Power, il momento del rallentamento è anche quello in cui possiamo mettere alla prova la nostra capacità di concentrazione, ovvero di resistere a quella che lei chiama, con perfetta sintesi, la distrazione digitale.

Susan Jacoby, nel suo testo, approfondisce quanto dieci anni or sono aveva scritto, con perfetta, profetica lucidità, in The Age of American Unreason, mettendo in relazione il diffondersi del pensiero-spazzatura, come vero, ultimo aggregante della politica, e la nostra incapacità di affrontare la più piccola, momentanea inattività: il teorema è semplice, se riusciamo a gestire la noia, riusciamo anche a gestire l’isteria che, a livello macro-sociale, sfocia nella superficialità populista.

Entrambe le autrici prendono quindi ad esempio il baseball e lo pongono al centro della loro analisi, con i suoi equilibri perfetti, le sue pause che ne sono parte integrante e offrono agli spettatori la possibilità di conversare e commentare fra un’azione e l’altra, il suo procedere senza (fuori dal?) tempo, come fosse uno stress test sulla nostra capacità, che si va perdendo, di concentrarci su qualcosa dall’inizio alla fine, senza che il cicaleccio di una qualsiasi notifica digitale richiami la nostra attenzione, o disattenzione.

Cerasa guarda anche oltre e dal piano politico e antropologico si sposta su quello sociale/familiare: la tecnologia che ha pervaso la nostra vita quotidiana ha drammaticamente abbassato la nostra soglia d’attenzione e una società non attenta e che non sa annoiarsi può generare mostri. Se non siamo in grado di fermarci ed ascoltare l’altro, saremo sempre più chiusi in una autoreferenzialità individuale che conduce alla letale convinzione che il giusto stia solo in noi stessi, quando invece è spesso generato dal semplice, comodo accodarsi al mainstream.

La chiusura di Cerasa è perfetta e si (ci) rivolge una domanda: sei capace di spegnere il cellulare e sederti ad ascoltare tuo figlio?

di Marco Landi

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