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Leggere oggi nella pagina Facebook di Alberto Rinaldi della scomparsa di Chet Morgan è motivo, per chi scrive, di profonda commozione.

Ho avuto modo di conoscere molto bene Chet quando, da Responsabile marketing e comunicazione dell’allora PolieChet Morgan in azzurro nel 1969 (FIBS)dil Fortitudo Bologna, nel 1990 e nel 1991, ebbi modo di condividere con lui e con la moglie bellissimi momenti non solo legati all’attività sul campo.

Toro Rinaldi era sempre rimasto estremamente legato alla figura di Morgan, che lo aveva allenato a Parma e in azzurro e, da manager, lo aveva convinto a tornare in Italia come Coordinatore tecnico della Società felsinea, per dispensare ai giocatori, dalla prima squadra alle giovanili, i tesori d’esperienza e classe racchiusi nel forziere della sua esperienza.

Non erano anni felici, quelli, per la F, dal punto di vista dei risultati, ma certamente tutti i ragazzi che hanno avuto la possibilità di lavorare con Chet hanno poi custodito nel corso della loro carriera i consigli ricevuti dal grande texano.

Era tornato in Italia, fra Parma e Bologna, nel 2006, proprio mentre si stava scrivendo Un Diamante Azzurro e non persi l’occasione di rincontrarlo, così come lui non perse l’occasione d’insegnare qualcosa ai nuovi e vecchi amici accorsi a Casteldebole per vederlo.

Ne uscì un capitolo che giudico molto gradevole e che ripropongo integralmente di seguito, quale omaggio all’uomo, al tecnico e all’amico, con le sue stesse parole e quelle di chi con lui ha condiviso le gioie, le delusioni e la passione sui diamanti.

 

Non è cambiato per niente, ‘Chet’ Morgan, quando, quindici anni dopo la sua ultima apparizione, si presenta alla piccola folla che lo attende sul diamante ‘Leoni’ nel centro tecnico della Fortitudo.

Ci sono molti volti noti, in quel pubblico, insieme a diversi tecnici delle giovanili di Bologna e province vicine, e lui li ricorda tutti: quelli con cui aveva lavorato in biancoblu a inizio Anni ’90, quelli che erano stati con lui vent’anni prima, a Parma o in Nazionale e quelli che hanno condiviso entrambi i periodi italiani della sua lunga carriera di tecnico, come ‘Toro’ Rinaldi, che lo presenta brevemente, prima che lui conduca il gruppo in un giro completo delle basi, regalando, per ciascuna di esse, piccole, semplici ed efficaci perle di saggezza tecnica.

“Chet era destinato ad un grande futuro, sul campo – dice Toro – gli scout lo avevano definito un esterno come Joe Di Maggio e un battitore come Ted Williams. Aveva giocato due anni insieme ad Hank Aaron e i due si erano scambiati il primo e il secondo posto nella classifica dei migliori fuoricampisti, e scusate se è poco. Poi, un grave problema alla mano non gli ha consentito di vivere la carriera di Major League che avrebbe meritato e questo ha consentito a molti di noi di avere il migliore maestro di baseball che si possa augurare.”

Morgan, classe 1932, arriva a Parma nel 1967 e dal ’69 al ’72 è tecnico della Nazionale. Non c’è giocatore, veterano o emergente, che non riceva da lui consigli precisi e pratici per migliorare. Non c’è aspetto della vita di squadra, dall’organizzazione dell’allenamento alla cura delle trasferte, che non goda di un’inedita ventata di professionalità.

“Ricordo tutti e tutto, di quel periodo – confida Morgan – ricordo l’impatto, in una realtà che non conoscevo per nulla, estremamente positivo per la serietà e l’impegno di tutti. E anche dal punto di vista tecnico, trovai un livello sinceramente superiore a quello che mi sarei aspettato. Molto, molto meglio gli uomini dei campi, pensai subito. Ricordo la grinta e il talento di tanti, di Rinaldi, di Morelli, di Bertoni, di Blanda. Di Castelli, su tutti, che facevo venire al campo due ore prima dell’inizio degli allenamenti e gli battevo palle, e gli facevo battere palle… Giorgio avrebbe sicuramente avuto uChet Morgan spiega i suoi segreti sulla battuta a Marco Nanni e Toro Rinaldi nel 2006 (ph. Ferrini)na chance, in Major League, peccato che non volle provarci”.

“Il personaggio, all’inizio, ci sembrò quasi un extra-terrestre – ricorda Stefano Malaguti – al primo Mondiale, in Colombia, c’erano 40 gradi fissi e un’umidità micidiale, metteva ammoniaca nel secchio del ghiaccio nel dugout, un po’ per tenerci svegli con gli effluvi, ma anche perché non ce lo bevessimo invece di utilizzarlo per le spalle dei lanciatori. Alla sera passava in tutte le camere dell’albergo, controllava che fossimo a letto all’ora stabilita e che tutti i cassetti di mobili e comodini fossero chiusi, perché, diceva, così non si sprecava nulla dell’aria condizionata!

A volte capitava che il pullman della squadra lasciasse a terra qualcuno perché non si era presentato alla partenza in orario: il fatto è che lui teneva sempre l’orologio dieci minuti avanti.

Ma ben presto capimmo che nulla di quanto dice o fa Chet Morgan è per caso. Essere tutti pronti un po’ prima , in modo da partire in orario perfetto era un segno del rispetto nei confronti dei compagni di squadra che voleva inculcarci. Ci siamo portati, ci stiamo portando dietro i suoi insegnamenti per tutta la vita.”

“Quando sono tornato, nel 1990 – aggiunge Morgan – ho trovato campi sicuramente migliori, ma forse un impegno in media un po’ inferiore.

Credo che, come in ogni attività umana, si debba sempre lavorare per migliorarsi e che in progetti complessi come lo sviluppo di una disciplina sportiva in un Paese non possa esistere una formula magica, una chiave unica di lettura che possa risolvere tutti i problemi.

Ma se devo indicare un punto su cui impegnarsi prima di ogni altro, per il baseball italiano, allora come oggi, dico: l’attività dei giovani. Non può esistere il paradosso di ragazzi di 12 o 16 anni che si allenano tre-quattro mesi per giocare alla fine cinque o sei partite. Facciamoli giocare, solo così migliorano e si appassionano. E capiscono quanto importante possa essere il baseball nella loro vita”.

di Marco Landi

 

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